“Space is the breath of Art”

Ci sono poche cose che, sull’immaginario delle persone, hanno lo stesso effetto dello spazio. Le stelle, i pianeti e le galassie, già solo nelle fotografie che ormai vediamo ovunque, ci – me per prima – impressionano, colpiscono e ci spingono a riflettere sul nostro rapporto con la natura.

Julian Callos è un illustratore americano che nella sua ultima serie di lavori, COSMOS, si è ispirato ad alcuni corpi celesti (sole, luna, pianeti) o ad alcuni fenomeni dell’universo (eclissi, buchi neri) per – con le sue parole – “an exploration of the elements that together make up a personal universe. It is about the tension between light and dark and the consequences of that struggle. It is the creation of the universe, of celestial bodies, and of planet Earth as a metaphor for the development and evolution of an identity.”

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Black Holes

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Cosmogony

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Phases (New Moon)

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Eclipse

Se volete vedere altre sue opere, questi sono il suo sito juliancallos.com e il suo blog juliancallos.tumblr.com.

Ah, è anche una persona davvero, davvero divertente:

Twitter   juliancallos   Her  is actually an updated ...

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“The credit belongs to the Man in the Arena”*

Se leggete con attenzione il mio blog LOL probabilmente vi siete già imbattuti nell’artista di cui vi parlo oggi. Nell’articolo su Carl Sagan un link portava ad una delle sue opere, ma un link non basta e ho deciso quindi di dedicare un’intero post a Gavin Aung Than e al suo blog Zen Pencils.

Gavin è un artista freelance di Melbourne che, dopo 8 anni ha deciso di lasciare il suo lavoro e dedicarsi alla sua passione più grande: disegnare. Nel 2012 ha fondato Zen Pencils e ha fatto senza dubbio la scelta giusta: il suo blog è finito su The Washington PostThe Huffington PostSlateBuzzfeed, Brain Pickings, ed è stato nominato uno dei migliori cento siti del 2013 da PCMag.

Ma cosa fa Gavin? Gavin sceglie delle citazioni – se volete, potete inviare le vostre preferite sulla pagina facebook o scrivergli una mail – e le illustra, con il suo stile insieme divertente e toccante.

Ovviamente, fra le più di 140 frasi che ha illustrato, ce ne sono alcune di famosi scienziati: ecco le più belle.

Richard Fenyman

ZEN PENCILS   137. RICHARD FEYNMAN  The beauty of a flower

The beauty of a flower

The universe in a glass

Marie Curie

ZEN PENCILS   125. MARIE CURIE  Life is not easy

Life is not easy

Carl Sagan

ZEN PENCILS   100. CARL SAGAN  Pale blue dot

Pale blue dot

Books are awesome

Male the most of this life

Neil deGrasse Tyson

ZEN PENCILS   42. NEIL deGRASSE TYSON  The most astounding fact

The most astounding fact

E non ci sono solo scienziati, ovviamente: Sylvia Plath, Yoda, Winston Churchill e molti altri passano attraverso la matita di Gavin Aung Than e diventano indimenticabili.

Se non si fosse capito, Zen Pencils è uno dei miei siti preferiti, tanto che uno dei suoi disegni è in bella vista sulla mia scrivania.

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Se lo volete anche voi, basta iscriversi alla newsletter.

* Il titolo del post viene dalla citazione preferita di Gavin: The Man in the Arena

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Show, don’t Tell

Avete presente quel detto “un’immagine vale più di mille parole”?

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Ecco, questa è un’opera di Banksy, l’ormai celeberrimo – ma ancora anonimo – street artist inglese. Probabilmente l’avete sentito nominare, ma se ne volete sapere di più guardare lo splendido documentario Exit Through the Gift Shop.

Torniamo alla fotografia. Serve analizzarla? Serve spiegarla, o spiegare cosa pensa l’artista sul Global Warming? No. E’ immediata. E’ ovvia. E fa pensare.

Non è l’unica volta che Banksy si è avvicinato alla scienza, o che ha usato la scienza per veicolare i suoi messaggi. Nel 2004, di nascosto, è entrato nei Natural History Museums di  Londra e New York e ha inserito due sue opere, mimetizzandole con le esposizioni dei musei. 

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E, se ancora non siete convinti, ecco un’altra prova del legame fra l’inglese e il mondo della scienza: il 7 marzo del 2008 la copertina di Science – sì, quel Science – era questa:

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Anche in Italia c’è un artista che cerca di unire questi due mondi, si chiama Andrea Conte, Andreco, e ne ha scritto Matteo sul suo blog, La Scienza ci Salverà.

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Le regole dell’attrazione

Tutti, da bambini, abbiamo subito il fascino delle calamite. Sono, per chi è completamente all’oscuro delle regole del magnetismoquindi per me in questo momento – qualcosa di magico, una forza che ricorda insieme il potere di richiamare gli oggetti degli Jedi e i campi di forza impenetrabili di tante astronavi.

“What I am trying to focus on recently, is combining Art and Science somehow.”

Utilizzando le proprietà del ferromagnetismo, l’artista cinese Ling Meng crea delle immagini suggestive in cui della limatura di ferro viene “disposta” in maniera particolare secondo linee definite da campi magnetici diversi.

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L’elenco completo delle fotografie di questa serie intitolata Magnetism è su Flickr, mentre se volete vedere tutte le opere di Ling Meng – molte delle quali hanno a che fare con il rapporto fra scienza e arte – questo è il suo sito: http://www.senseorsensibility.net/ 

Uh, un’ultima cosa a proposito di magneti, magnetismo e simili: il ferrofluido è, cito, “un liquido che si polarizza fortemente in presenza di un campo magnetico”: questa sua proprietà, oltre che per gli altoparlanti e gli hard-disk può essere usata per creare delle incantevoli sculture “mobili”:

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[Guest Post] Di buoni propositi, liste di fine anno e genitori.

Mio padre, al contrario di me, è una persona ordinata e metodica e riesce a fare una cosa che io mi riprometto di fare ogni anno – ecco, questo potrebbe essere il mio buon proposito per il 2014 – cioè segnarsi ogni libro e film che vede.

Ecco, questa è la sua lista dei migliori libri e film del 2013… sperando per il prossimo anno di riuscire a metterci anche la mia.

LIBRI

1) E. Carrere, Limonov, Adelphi

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Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: “è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio” si legge nelle prime pagine di questo libro. E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato “che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale”.

2) E. Carrere, Vite che non sono la mia, Einaudi

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A pochi mesi di distanza, sono stato testimone dei due eventi che più di ogni altro mi spaventano: la morte di un bambino per i suoi genitori, e quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. Poi qualcuno mi ha detto: tu sei uno scrittore, perché non scrivi la nostra storia? Era come un ordine, un impegno, e io l’ho accettato. È così che mi sono ritrovato a raccontare l’amicizia tra un uomo e una donna, entrambi sopravvissuti a un cancro, entrambi zoppi ed entrambi magistrati che si occupano di cause di sovraindebitamento.È un libro sulla vita e sulla morte, sulla povertà e sulla giustizia, sulla malattia e soprattutto sull’amore.È un libro in cui tutto è vero». 


È un libro in cui tutto è vero». 

3) Wu Ming 1, Point Lenana, Einaudi

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E dunque, che razza di libro è questo?
È un racconto di tanti racconti. Parla dell’Africa (di tante Afriche) e delle Alpi Giulie, parla di Italia e «italianità», di esploratori e squadristi, di poeti e diplomatici, di guide alpine e guerriglieri. Attraversa i territori e la storia di quattro imperi.
È un racconto di racconti di uomini che vagarono sui monti. Uomini che in pianura e in città indossavano elmi, cotte di maglia, armature da ufficio, e solo in montagna si sentivano finalmente leggeri, finalmente sé stessi. La montagna era tempo liberato, rubato al dover vivere, conquistato con unghie, denti e piccozza. Quando scendevano – perché prima o poi tocca farlo – la vita li riafferrava, la gravità li tirava giú e tornavano a essere, come scrisse uno di loro che poi si tolse la vita, «i falliti». Lo furono anche nella buona sorte: qualcuno ebbe successo nella professione, girò il mondo, fece piú di una bella figura in società, poté contare su una famiglia che lo amava… Eppure, nulla di tutto ciò rimpiazzava una salita in montagna, una notte in bivacco, uscire dal rifugio e assistere in marcia al sorgere del sole.

4) C. Uson, La figlia,  Sellerio

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Una famiglia unita e felice, un padre affettuoso che ha cresciuto con amore la sua bambina, la sua prediletta, una  ragazza seria e di talento con un futuro brillante davanti a sé. Ignara che quell’uomo, il padre adorato, è considerato il «Boia dei Balcani». Epico, emozionante, di intollerabile verità, tra i maggiori romanzi spagnoli del 2012. Ana è una ragazza estroversa, allegra, brillante. È la migliore alunna del corso di medicina a Belgrado, è amata dagli amici, è l’orgoglio di suo padre, il generale Ratko Mladić, che lei ricambia con una devozione assoluta. Pochi casi come quello di Ana rivelano in tutta la sua oscura profondità una condizione, la perdita dell’innocenza, al tempo stesso individuale e collettiva. E Clara Usón, in un romanzo potentissimo che la consacra come una delle grandi autrici europee, si immerge in una vicenda di forza shakespeariana mantenendo un perfetto equilibrio tra i dati storici e la creatività letteraria, per scrutare nella follia del male, dell’amore, e orientarsi nel labirinto di un’infinità di voci e congetture raccolte in tre anni di ricerche. Memore della lezione di Javier Cercas, La figlia è un originalissimo ibrido di romanzo e documento con un’ampia galleria di personaggi storici come Slobodan Milošević e Radovan Karadžić, in cui la scrittrice riesce a combinare linguaggi narrativi diversi e a coniugare l’indagine rigorosa e l’arte della narrazione, la tradizione dell’epopea e la storia recente, per riflettere sul nazionalismo estremo, sulla manipolazione politica, sul mistero della malvagità umana. 

5) J. Barnes, Il senso di una fine, Einaudi

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Il senso di una fine di Julian Barnes è un romanzo breve, ma profondo. Un capolavoro minimo, niente affatto minimalista. Che per densità, per gravità del tema impone al suo lettore un confronto con gli assi portanti dell’esistenza: il problema del tempo e del senso – il senso, appunto, della fine. Era la quarta volta che entrava tra i sei finalisti del Man Booker Prize, ma nel 2011, con Il senso di una fine, Julian Barnes ce l’ha fatta, e si è aggiudicato il più celebre riconoscimento letterario britannico. Un romanzo davvero meraviglioso, – recitava la motivazione, – una storia che cattura il lettore sin dalle prime pagine, e che insieme lo lascia sbalordito davanti alla precisione della prosa di Barnes. 

6) J. Barnes, Livelli di vita, Einaudi

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Tre leggendari pionieri ottocenteschi rivivono fra le pagine dell’originale e struggente mescolanza di fatti e finzione che è Livelli di vita: Fred Burnaby, colonnello della cavalleria della Guardia Reale inglese e viaggiatore per terre esotiche e inesplorate, la «divina» Sarah Bernhardt, la più grande attrice di tutti i tempi a detta di alcuni, e Félix Tournachon, il caricaturista, vignettista, aeronauta e celebre fotografo ritrattista noto come Nadar. Ad accomunarli, un’incomprimibile passione per il volo, l’impulso sacrilego a issarsi a bordo di una cesta di vimini appesa a un pallone e, affidandosi a un precario equilibrio di pesi e correnti, sganciarsi dal regno che ci è deputato per conquistare lo spazio degli dèi.
Una buona metafora per ogni storia d’amore. Quella immaginata fra Burnaby e Sarah Bernhardt, ad esempio – l’aria, l’assenza di vincoli, l’eccentricità, lei; la concretezza, l’avventura, la disciplina, lui. O quella, cinquantennale, fra Nadar e l’afasica moglie Ernestine. Oppure la storia d’amore, durata trent’anni e poi proseguita, fra Julian Barnes e la moglie Pat Kavanagh. Storie in cui «metti insieme due cose che insieme non sono mai state e il mondo cambia», esempi di una «devozione uxoria» che travalica ogni barriera. Volare è esaltante e semidivino, volare è pericoloso. Un calcolo sbagliato, un vento contrario, un disegno avverso, o la casuale assenza di esso, e si può precipitare. Finire conficcati nel terreno fino al ginocchio, magari, con gli organi sparsi tutto intorno.

7) L. Binet, HHhH, Einaudi

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«”Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”. Recita così il sottotitolo di HHhH, l’appassionante esordio del giovane Laurent Binet, che l’anno scorso in Francia si è aggiudicato il Prix Goncourt du Premier Roman. A cavallo tra realtà e finzione, tra ossessioni private e accurate ricostruzioni storiche, il romanzo racconta l’attentato in cui, il 27 maggio del 1942, a Praga perì Reynard Heydrich, il più spietato dei gerarchi del Terzo Reich. (…) Senza dimenticare di mettere in scena se stesso, la sua vita, i suoi dubbi e le sue ricerche alle prese con una storia sfuggente, dove non mancano i buchi neri e le flase piste. Grazie all’abile gioco di specchi, HHhH diventa allora un’affascinante riflessione sulla genesi di un romanzo tra storia e letteratura».

8) J. Vaillant, La tigre, Einaudi

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Ti uccide prima ancora di toccarti. Il suo ruggito è come un terremoto che sembra provenire da ogni direzione, un suono forgiato dall’evoluzione per stroncare il sistema nervoso delle vittime. Ma quando vuole può essere silenziosa come la neve che cade: un proverbio della taiga dice che «quando tu riesci a vederla, lei ti ha già visto cento volte».
È la tigre siberiana, il predatore piú intelligente e letale del pianeta. Dopo l’uomo.
Quella mattina Jurij Trush, un veterano dell’esercito sovietico ora a capo dell’Ispettorato Tigre, ricevette una chiamata allarmante: un uomo, piú volte sospettato di bracconaggio, Vladimir Markov, era stato assalito nei dintorni di Sobolonje, piccola comunità di tagliaboschi nel cuore della foresta. Siamo nell’estremo oriente siberiano, non lontani dal confine cinese: il Primorje è una prova generale di inferno nascosta sotto la superficie di uno dei territori piú belli e affascinanti del globo. Ed è anche l’ultimo santuario della tigre dell’Amur.

Il «New York Times» ha paragonato La tigre a Moby Dick per la capacità di evocare un mondo attraverso il racconto di una caccia, il referto di un’ossessione. Sulle orme della tigre e di Trush ci si inoltra in quel territorio in cui le vite degli uomini e degli animali conquistano l’universalità senza tempo del mito.

9) E. Albinati, Vita e morte di un ingegnere, Mondadori

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A cosa serve un padre? E cosa resta di lui se non un mito? C’era una volta un’Italia attiva e industriosa, attraverso cui scorrazzavano sulle loro Alfa Romeo uomini di multiforme ingegno: gli imprenditori. L’ingegner Albinati era uno di questi, prototipo di una razza al tempo stesso serissima e scanzonata, di pionieri del benessere e fumatori accaniti. Ma la sua spinta vitale all’improvviso cambia di segno trasformandosi in malattia, che lo divora e se lo porta via in nove mesi, in una paradossale gestazione al contrario. Vita e morte di un ingegnere racconta il decadimento fisico e le ossessioni, le vane speranze, e poi tentennamenti, slanci e rimorsi. In una memoria di crudele precisione, nutrita di tutto il risentimento e dell’amore che si può nutrire verso un padre che non hai abbracciato una sola volta in vita tua, Edoardo Albinati ricostruisce la lunga fuga di un uomo talentuoso attraverso i corridoi del boom economico, i doveri della famiglia, le aspirazioni segrete e indicibili, e infine il male che obbliga a chiedersi: chi sono? Cosa ho vissuto a fare? Chi ho amato veramente?

10) D. Simmons, La scomparsa dell’Erebus, Mondadori

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Il 19 maggio 1845, l’Erebus e la Terror, due velieri agli ordini di Sir John Franklin e di Francis Crozier, salpano dall’Inghilterra alla ricerca del leggendario Passaggio a Nordovest. Rimaste intrappolate nei ghiacci, diventeranno l’unica protezione degli oltre cento marinai non solo contro il gelo artico, ma anche contro un’immonda e apparentemente immortale creatura carnivora.

 

FILM

  1. ZERO DARK THIRTY
  2. DJANGO UNCHAINED
  3. LA GRANDE BELLEZZA
  4. NO. I GIORNI DELL’ARCOBALENO
  5. VIOLETA WENT TO HEAVEN
  6. CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO
  7. GRAVITY
  8. CAPTAIN PHILIPS
  9. LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE
  10. PRISONERS
  11. STILL LIFE
  12. RUSH
  13. COME UN TUONO
  14. THE IMPOSSIBLE
  15. INFANZIA CLANDESTINA 
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“Questa è l’essenza della scienza: fate una domanda impertinente e preparatevi a ricevere una risposta pertinente.”

La citazione che fa da titolo a questo post è una frase di Jacob Bronowski, e mi sembrava un modo perfetto per introdurre l’opera di cui parlo oggi: The Where, the Why, and the How: 75 Artists Illustrate Wondrous Mysteries of Science. 

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Ok, avete ragione, non è un’opera d’arte propriamente detta, è un libro illustrato, ma le immagini che accompagnano questo piccolo capolavoro editoriale sono state fatte da alcuni dei più importanti artisti emergenti contemporanei, e merita davvero un po’ di attenzione.

“With this book, we wanted to bring back a sense of the unknown that has been lost in the age of information. … Remember that before you do a quick online search for the purpose of the horned owl’s horns, you should give yourself some time to wonder.”

Gli autori del libro, Matt Lamothe, Julia RothmanJenny Volvovski – che insieme sono Also Online (date un’occhiata al sito, è uno spettacolo) – hanno chiesto ad una serie di artisti di creare delle illustrazioni scientifiche per accompagnare dei brevi saggi su alcuni degli argomenti più “misteriosi” della scienza.

Come funziona la gravità?

Perché ogni fiocco di neve è unico?

Perché sogniamo? 

Perché le balene cantano?

Come fanno le cellule a comunicare fra loro? 

Le immagini che accompagnano questi interrogativi prendono ispirazione dalle antiche illustrazioni mediche e dai diagrammi scientifici dell’epoca delle grandi scoperte scientifiche e gli autori, siano essi molto famosi o esordienti di talento, riescono a reinterpretare al meglio queste suggestioni.

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Le immagini qui sopra sono:

What existed before the big bang? – Josh Cochran

How does gravity work? – The Heads of State

What is the ‘god’ particle? – Jordin Isip

What is dark matter? – Betsy Walton

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E, come se non bastasse, anche il trailer animato del libro è una piccola magia: 

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Ci sono Carl Sagan, Steve McQueen e un coccodrillo…

Carl Sagan.

Su Carl Sagan potrei scrivere pagine su pagine, ma non è questo il luogo adatto. Se non lo conoscete, qui potete commuovervi un po’ con una delle sue citazioni più famose. Mi limiterò a parlare di uno solo dei motivi per cui Carl Sagan è famoso: ha guidato la commissione della Cornell University che si è occupata di selezionare cosa inserire nel Golden Record.

Il Golden Record è un disco per grammofono in cui sono state registrate 116 immagini ed una gran quantità di suoni e voci e musiche e che poi è stato inserito sulle due sonde del programma Voyager,  che in questo momento viaggiano felici nello spazio interstellare. L’idea di Sagan e dei suoi colleghi era quella di presentare ad una possibile civiltà aliena, o anche ai nostri discendenti futuri, la civiltà umana.

Le immagini presenti nel disco, infatti, vanno dalla posizione della terra, a formule matematiche, fino a padri e figli, isole, astronauti e così via. Per i suoni, invece, troviamo una selezione dei rumori della natura – il mare, il vento, il canto delle balene -, saluti in 55 lingue diverse ( alcuni esempi: “Tanti auguri e saluti”, “Hello from the children of planet Earth” o, in latino, “Salvete quicumque estis; bonam ergo vos voluntatem habemus, et pacem per astra ferimus”), una selezione di brani musicali di epoche diverse (si passa da Chuck Berry a Bach) e la registrazione delle onde celebrali di Ann Druyan, la moglie di Sagan. Inoltre è incluso un messaggio morse che recita Per Aspera ad Astra.

Steve McQueen.

Steve McQueen (questo, non questo) è un artista, sceneggiatore e regista inglese. I suoi film più famosi sono Hunger e Shame, con cui ha vinto una lunga serie di premi (e con cui è entrato nella mia Top 3 dei miei registi preferiti, ma questo non è poi così importante). I suoi film sono crudi, diretti, girati con uno stile privo di fronzoli, che indaga senza pudore alcuno sui corpi dei suoi protagonisti (sua “musa” è Michael Fassbender, presente in entrambi i lungometraggi e anche in 12 Years a Slave, di prossima uscita). Oltre che regista McQueen è anche un apprezzato videoartista e le sue opere sono state esposte in tutto il mondo.

Il coccodrillo.

Il coccodrillo è questo:

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È una delle immagini scelte da Sagan e il suo team, ma è anche – per lo stesso motivo – uno dei protagonisti dell’opera di cui finalmente vi parlo in questo post, Once upon a Time di Steve McQueen.

Quest’installazione, creata nel 2002 ma presentata più volte – anche alla Biennale dell’Arte di Venezia di quest’anno – è un montaggio delle 116 immagini del Golden Record a cui McQueen aggiunge una particolare colonna sonora, le registrazioni compiute da un linguista, William J. Samarin,  che si è occupato a lungo della glossolalia, cioè del fenomeno grazie a cui alcune persone parlano linguaggi inventati e senza senso, un comportamento spesso associato alla trance religiosa.

L’artista sceglie di mostrarci le immagini selezionate da Sagan perché sono una sorta di finestra sul passato, sugli degli anni – gli anni ‘ 70 – in cui c’era ancora un forte idealismo, in cui le utopie avevano ancora un senso e non sembravano “fuori posto” come appaiono oggi. Le immagini del filmato sono, a ben guardare, paradossali: sebbene, l’abbiamo visto, l’idea di fondo fosse di presentare la Terra ad una civiltà aliena, in realtà sembrano scelte per essere viste sulla Terra stessa, una sorta di “ninna nanna” o di cartolina che servisse a far sentire meglio gli abitanti del pianeta. Non ci sono immagini di guerre o carestie, non ci sono immagini di malati o di sofferenti né fotografie che facciano pensare all’inquinamento, ed è questo,  probabilmente, uno degli aspetti che McQueen voleva mettere in luce con il suo lavoro.

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L’opera purtroppo non si trova per intero su internet, ma questo è un video che può darvi un’ idea dell’installazione:

Per una analisi più approfondita, qui c’è un interessantissimo articolo in pdf tratto dal Journal of Visual Culture.

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